La critica costruttiva? Ma mi faccia il piacere!

I luoghi comuni verbali rappresentano, soprattutto nel contesto attuale, una distorsione di realtà e significati che farebbero rivoltare nella loro sede finale molti dei maestri della linguistica e della filosofia della scienza. Da tempo, nelle normali conversazioni, molta gente fa uso di strani ritornelli verbali che, in fondo, a ben vedere sono dei luoghi comuni di infimo livello con l’aggravante di produrre una disattivazione della zona del nostro cervello adibita alla comprensione ed alla lettura della realtà. Ma c’è (ancora) di peggio: il luogo comune è diventato ideologia, stile di vita, regola. Per alcuni quasi un distintivo. Non richiamare, citare, enunciare la propria fede potrebbe far perdere lo status di appartenenza; ci sono gruppi fashion e radical, che vivono di queste regole da salotto formale ed elegante. Potremmo far finta di non ascoltarli se non fosse che hanno inquinato la tematica dell’educazione dei nostri figli. Utilizzerò un esempio asettico, neutro, per meglio esporre quel che emerge da queste frasi.

Recentemente, durante la lettura di una news letter (una circolare di informazione inoltrata, via Internet, agli iscritti interessati ad un determinato argomento) curata da uno psicologo, mi accorgo di un pesante “svista”; un errore di grammatica. Con molto garbo e altrettanto tatto informo l’autore, in via privata (all’indirizzo personale), che nella ultima informativa ci sono errori e quindi lo invito a rivedere quanto scritto. Certo di aver fatto cosa gradita mi metto in attesa di un semplice e cordiale ringraziamento. Nulla di tutto questo.

Ricevo in tempo “irreale” (più veloce cioè della luce) una e-mail che esordisce con una bacchettata al (mio) ruolo (ritenuto improprio) di maestro armato di matita rossa e blu. In fondo a questi improperi una lapidaria affermazione nella quale l’autore dichiara che sarebbe stato più serio, da parte mia, fare una critica costruttiva. Io non ho fatto alcuna critica, ripeto più volte nella mia testa, allora di cosa si tratta?

Ancora più ingenuamente rispondo di non riuscire ad avere chiara la definizione del termine “critica costruttiva”. Non l’avessi mai fatto: dichiarare di ignorare una perla di saggezza contemporanea è considerato il peccato capitale per antonomasia dei nuovi esperti. Il mio interlocutore allora, vestiti i panni inquisitori, sale in cattedra ed inizia una disquisizione inconsistente, sotto ogni profilo, dalla quale emerge il “quando” e non la risposta precisa.

Spiegare indicando il  “quando” è la tipica risposta di chi non conosce affatto un processo, un evento, un argomento se non per sentito dire. Il soggetto crede, è convinto, di saperne tanto quanto c’è da conoscere al punto da ritenere superfluo studiarlo: ne parla simulandone la cognizione che normalmente, però, è già tutta contenuta nella definizione. E’ come se alla domanda “cosa è il sonno?” si risponde dicendo che il sonno è “quando uno dorme”, “quando uno è stanco” e via discorrendo, disattendendo di definire ciò di cui si vuole parlare cioè di un’attività specifica dell’organismo caratterizzata da parametri elettrici altrettanto correlati. Dire del “quando” di un evento significa dichiarare apertamente incompetenza di base: ancor meno della superficialità.

Alla fine della non spiegazione, lo stesso signore, senza scendere dalla cattedra virtuale, soddisfa la mia richiesta di apprendere (da lui) invocando l’esempio dal quale la domanda è emersa per enunciare, a conclusione, il paradigma: “sarebbe stata una critica costruttiva se (invece di mettere il mio interlocutore nella condizione di dover rileggere tutto l’articolo per cercare e trovare l’errore) ne avessi segnalato l’identità e la localizzazione dello stesso”. Rimango basito dalla spiegazione e mi perdo nella fantasia esorcizzante: pensando al linciaggio cui avrei sottoposto i miei studenti (o me stesso) se avessero risposto così alle domande durante le conferenze, convegni o corsi di aggiornamento.

Finita la (mia) divagazione mentale, fornisco al mio interlocutore, senza più esitare, come ipnoticamente posseduto dalla suo fascino, le coordinate precise (pagina, capoverso,  riga e colonna) dell’ubicazione dell’errore. Lo ringrazio per il contributo e resto nel dubbio se chiedergli se “devo qualcosa per il disturbo”.

Il nostro professionista poco dopo, forse per una (spero) sensazione di disagio, mi invia una replica informandomi di aver corretto l’errore riconoscendo (wow) che “era stata una svista”, un errore di battitura (un apostrofo fuori luogo, forse sfuggito) dovuto alla fretta di (dover) scrivere direttamente on-line (come dire in bella copia, senza bisogno di riflettere viepiù). Forse le persone che leggono ciò che questo luminare scrive hanno fretta di nutrirsi, di apprendere, e non possono attendere una stesura più consona alla lingua. Si capisce; è come suonare uno standard per un jazzista.

Mi chiedo, bensì di primo mattino certe riflessioni possono risultare indigeste: “ma chiedere scusa è vissuto come un atto di debolezza? Una vergogna”. I delinquenti sostengono di si; ne fanno addirittura una questione di rispettabilità dalla quale scaturisce la tipica risposta aggressiva. Ma qui trattiamo altra natura. Mi viene un dubbio: “è possibile che quella parola faccia male?”. Devo aggiornare la mia enciclopedia medica o il codice civile?

Ho il sospetto che il delirio sia una forma necessaria di adattamento. Probabilmente dettato dalla pressione che l’immaginario popolare esercita sulla professione, sul suo ruolo sociale. Gli psicologi sono veramente pressati. Perbacco. Devono sapere tutte quelle cose che gli altri non vedono e capire quali sono costruttive, indicative, riflessive, palliative, deviative etc. etc. L’auto referenza quindi è necessaria ed è concessa a chi si occupa (perché la capisce) di mente umana. Sicuramente l’umiltà non è ammissibile come immagine esterna né compatibile col ruolo: devo informarmi su questi corsi di laurea. La ricerca deve aver fatto progressi maggiori di quelli che riusciamo ad acquisire con la normale informazione.

Rasserenato dal mio stesso pensiero, ritorno a visitare la pagina del sito; l’errore che avevo indicato era stato corretto ma solo in quella posizione rimanendo presente le altre due volte in cui si presentava (altrove) nel medesimo articolo. Probabilmente sono nato cattivo oltre che “irriconoscente”; registro la pagina con gli errori in un file e la spedisco al mio interlocutore manifestando un profondo rammarico, quasi un cordoglio: “la casuale svista grammaticale si ripete più volte nel medesimo testo, ed altrove nel sito, e benché la mia critica sia stata, alla fine (come da copione), costruttiva lei è stato capace di distruggersi (e per quanto mi riguarda affondarsi) con le sue mani. Mai fidarsi del web, è un brutto ambiente: non sai mai chi puoi incontrare”.

Fortuna che vale ancora il detto: un esemplare non fa una specie. Possiamo dormire tranquilli. In sintesi:

La critica è una espressione verbale analitica argomentata sulla base delle conoscenze di chi scrive rispetto alla professione, arte, cultura, di chi la riceve. Il critico può essere più o meno competente o qualificato; deve comunque mostrare di possedere ed adoperare una serie di strumenti (conoscenze, dati, letteratura) per elaborare una visione critica. Può addentrare quindi la sua analisi a livelli diversi e scegliere le dimensioni su cui svolgerla. Colui che riceve la critica deve saper decodificare, secondo le proprie capacità, interne ed esterne (personali o acquisite) ciò che è stato evidenziato, messo a fuoco, ed essere in grado di isolare e trarre elementi che possano funzionare da costruzione o distruzione. Il critico d’arte scrive una critica; non va dal pittore, o dal regista, per dirgli “senti amico questo colore non va bene usa quest’altro” oppure “rifai l’inquadratura e aggiusta i dialoghi”.

Queste frasi fatte, che dovrebbero suonare ad effetto, ben scandite ed interpretate a dovere rappresentano la nuova ideologia del “tutto e subito e chi meglio di me?”. Sono la nuova frontiera che divide la conoscenza (acquisita e sapientemente accumulata con anni di studio e dedizione) dalla realtà (politica) da consumare così come è perché è questa e devi accettarla comunque. Perché è così come dico io. Adesso.

Fatta questa premessa di presentazione parleremo dei luoghi comuni (confezionati e mantenuti in vita dai mezzi di diffusione), scambiati e contrabbandati per conoscenza scientifica, per regole del sapere e del saggio vivere ed applicati all’educazione.

Il vecchio adagio del Saggio “che indica la luna” è sempre attuale ma ahimè sembra che ai giorni nostri qualcuno riesca a costruirsi il dito, ad inventarlo anche quando non c’è. Lo crea, lo realizza pur di poterlo guardare: geniale. E temo, ahimè, che alla fine se mai riuscissimo a fargli guardare dove indichiamo costui potrebbe sbalordirci affermando che si tratta di una (nostra) proiezione.

Cosa non si fa per non affermare (dover dire) che il re è nudo. Puritani intransigenti.

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