Educazione “Genericamente” Modificata

Mi capita spesso di osservare scene di vita familiare che sanno di immaturità sociale. Vedo frequentemente, intorno, persone (sia uomini che donne) che non riescono ad abbandonare lo stile di vita da single spensierati. Ho una vasta raccolta di episodi di questo tipo; li utilizzo (durante gli incontri) come esempi per lavorare sugli errori e stimolare modalità relazionali efficaci. Osservare per comprendere e correggere. Quest’ultimo episodio è simile, nella sostanza, a tanti altri ma possiede caratteristiche espressive proprie della generazione. La sostanza comportamentale osservata interseca diverse generazioni: è analoga. L’educazione, spesso, è considerata come un fatto generico che si autoregola. Un seme in un vaso. Gli interventi educativi risultano accidentali, casuali, e non un progetto di crescita.

Una madre entra con il passeggino in una galleria d’arte. Dentro il passeggino c’è un bambino di 16 mesi, biondo, bellissimo. Dorme. La signora parla con il gallerista; ha bisogno di un quadro da mettere in salotto. Ascolta, guarda, commenta, spiega. Alla fine ne sceglie uno ma è attratta anche da un secondo. Il prezzo è un vero affare. Inizia una interazione, che mi vede incidentalmente coinvolto: la signora in fondo ha scelto ma desidera un “confronto cruciale” per avallare la scelta giusta. Una vera donna.

Nel frattempo il bambino si sveglia e rimane affascinato dai colori sulle pareti. Indica i quadri e dice in maniera comprensibile: “colori”. La signora lo prende in braccio e parla con lui spiegandogli i colori sui quadri poi chiama al telefono il marito e lo informa della sua indecisione nella scelta. Questi la raggiungerà a breve, appena avrà finito l’aperitivo con gli amici. Nel frattempo il bambino lascia le braccia della madre: vuole visitare le sale della galleria. La madre si congeda per un attimo e lo accompagna. Finalmente arriva il marito; un bel giovane. Faccia pulita, capelli ordinati, sguardo sicuro e deciso. Alto e con l’aria del rampante (di razza) che occupa o occuperà un posto di prestigio. Qui da noi si usa identificare questi prototipi sociali (forse archetipi) con un termine particolare; usate quello in voga nella vostra città. Ma non è il suo aspetto, la sua immagine (look), che ci riguarda. Osserviamolo nel ruolo di padre.

Il bambino lo vede, accende un sorriso, e gli va incontro. Il padre non lo prende in braccio (dice che potrebbe sporcargli la camicia) ma per mano e gli chiede con tono dolce: “ti sei svegliato?”. Il bambino gli indica col dito le pareti e dice “colori” ma quando gira lo sguardo in alto per incrociare l’attenzione del padre questi sta parlando, incurante del piccolo, con la moglie. La sta tranquillizzando sulla somma da spendere ostentando un “Ti piace? Prendilo, che problemi ci sono?”. La moglie sottolinea che desidera un consiglio, un parere, sulla scelta e lui: “amore prendi quello che piace a te a me piacciono entrambi”.

Il bambino chiede nuovamente la sua attenzione e lo tira per il braccio (vuole andare nell’altra sala) ripetendo “colori”, la moglie a questo punto gli “traduce” che il bambino gli vuole mostrare la sala dei quadri.

Meravigliato (quasi stupito) risponde di si al bambino e tenendolo per le braccia di spalle, come se non sapesse ancora camminare, si fa condurre nell’altra sala, intona qualche esclamazione di meraviglia, senza aggiungere (commentare, spiegare) nulla e poco dopo torna consegnandolo (con l’aria stanca di chi ha terminato il lavoro) alla madre che lo prende in braccio per ascoltarlo. Lui raggiunge le coppie di amici, fuori dalla galleria. Il bambino in braccio alla madre indica il padre e lo reclama verbalmente. Anche Barbablù si sarebbe intenerito e commosso guardando lo sguardo di quel bambino. Due occhi parlanti cui nessuno saprebbe resistere.

Da parte mia sento una grossa sofferenza e mi chiedo, tristemente, perchè mai mettere al mondo un figlio per non accettarne il fascino, la gioia, il legame. Come si può rimanere indifferenti? Mi fermo.

La madre, con molto tatto e delicatezza, distrae il piccolo mostrandogli alcuni disegni su una scrivania; nel frattempo  formalizza gli accordi per l’acquisto. Ha scelto il quadro giusto. Fortuna (per il bambino) che ci sono queste mamme.

Studiate l’esempio non per giudicare ma per osservare come sarebbe stato giusto, necessario, adeguato, agire ed interagire; diventare genitori attenti non è difficile. Mettetevi nelle scarpe del bambino e guardatevi. Imparate a chiedervi: cosa si aspetta mio figlio per sentirsi amato, accolto e rassicurato?

Buon lavoro

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