Scatto # 4*

tutto finisce

Loro erano diversi soprattutto in questo; questa naturalità del fare armonico anche se si muovevano in due parti diverse della casa.

Erano spontanei come due amici che si riabbracciano, dopo tanto tempo, per salutarsi in silenzio e che, senza alcuna parola, si dicono grazie e comunicano, ancora senza alcuna parola, che vorrebbero piangere dalla gioia se non fosse che sono ormai adulti.

Allo stesso modo loro si venivano incontro.

Non si abbracciavano come ognuno di noi si aspetterebbe che facessero. Con le mani cercavano le guance, i fianchi, gli occhi e i capelli per accarezzarli e sfiorarli. Come un non vedente che, riacquistata la vista, può riconoscere una persona solo attraverso il tatto, per rintracciare i contorni del viso: sfiora e accarezza le forme e i confini dei tratti del corpo per mandare segnali a quelle zone del cervello specializzate al riconoscimento.

Cercavano i loro rispettivi profumi mentre gli occhi cercavano occhi da ascoltare e le labbra ogni altra parte del viso. Poi si dicevano “ciao”, sorridendo, quasi sussurrando, a conclusione di un dialogo di sguardi e in silenzio sparivano dalla vista di tutte quelle finestre.

  • Tratto da “Il silenzio degli occhi” 2 Ed.

Quote rosa… confetto

J Kich

Trascorso il momento caldo della bufera verbale è saggio riflettere; chiarire ed analizzare, a freddo, qual è il problema. Mi riferisco al recente “dibattito” che ha avuto per tema la percentuale di presenza femminile all’interno dei posti di amministrazione della Nazione. Argomento interessante.

Come abbiamo visto, il ciarlare sul tema è risultato grassamente ridicolo. Già ridicola, per sé, è la connotazione: quote rosa. Mi vergogno di averlo dovuto usare. E mi vergogno, io, per coloro i quali lo hanno adottato passivamente offrendocelo come dato, come verità. Mi fa tristezza che i professionisti della comunicazione non provino neanche lontanamente a rettificare, aggiustare o sostituire la definizione. La si usa e come tale è corretta come un nome proprio. Non c’è da meravigliarsi, poi, se alcuni conduttori di programmi di Radio Rai 2 ti rispondono (male) se provi a farli riflettere. Ti azzannano via SMS sbandierando il dizionario dei neologismi. Idioti retribuiti ma poveri.

Il termine utilizzato ci fa comprendere la qualità (la profondità) degli interventi con i quali si vuole “presentare” l’argomento e, di conseguenza, con quale atteggiamento sarà affrontato politicamente. Il termine ricorda più la sala d’attesa del ginecologo, al mattino, tra mamme che si scambiano le informazioni sul sesso del nascituro; giusto per socializzare.

Che senso questo termine? Nessuno. Parliamo di niente.

O forse ha senso? I dubbi non mi abbandonano mai. E’ la consapevolezza di esistere. Forse bisognerebbe chiamarlo diritto. Avrebbe senso.

Le dichiarazioni che abbiamo ahimè ascoltato hanno avuto semplicemente il compito di spostare, come farebbe un carro attrezzi, il problema su piani diversi da quelli legittimi. Si sono susseguite con un corretto ritmo da avanspettacolo. E’ regola. Anche il tono e la (falsa) serietà recitativa era da passerella.

Non vale la pena ricordarle né ritengo possa essere importante citarle. Anzi me ne guardo bene dal rievocarle; fanno stare male. Vorrei solo aggiungere che sono state penose (e dolorose) soprattutto quelle provenienti dalla sezione “commenti” da parte del genere in questione. Accidenti. Che botta.

Che il 50% delle persone al governo di “qualcosa di pubblico” debba per legge essere di sesso femminile stona completamente con tutto ciò che questa nostra società ha costruito (e manovrato) nei trascorsi decenni. Se non ho permesso alle donne una strada percorribile con i medesimi diritti del sesso maschile dove le trovo adesso? Di certo “attorno” non ce ne sono: non le abbiamo “volute”.

Se non ho aperto le porte e permesso alla meritocrazia di potersi coniugare per entrambi i generi sessuali, dove lo trovo il 50% ? Al massimo ne trovo il 10%. Forse.

Il problema (vero) è che esiste una discriminazione di genere, nei riguardi delle donne, in ingresso. Ma di questo non se ne può parlare. Sarebbe un autogol politico. Se non le abbiamo fatte entrare non le possiamo “chiamare” a lavorare. Come fare? La strategia è ormai nota: la si fa diventare polemica, litigio tra schieramenti opposti. Ci offrono uno spunto per litigare, tra noi, sui commenti; in fondo siamo noi ad alimentare la polemica come per il calcio parlato al bar o sui marciapiedi del centro. E intanto “il ladro scappa”. I fessi siamo sempre noi: guardiamo il dito.

Il fatto reale, alla fine, è che si vuole inventare qualcosa per chiacchierare e perdere tempo senza trovare né accennare mai né al problema né ad una soluzione che sia attuata domani stesso. Ne parliamo dopo: sempre.

Intanto è doloroso dover constatare che alcune (non molte) persone di sesso femminile presenti nelle istituzioni politiche, spesso non rappresentano (talune neanche un poco), quelle capacità naturali di gestione e conduzione di una squadra (e sono tante) che risultano vincenti per la loro alta qualità. Femminile.

Spesso vedo in queste rappresentanti partitiche prototipi di cattiveria, rabbia, immaturità e rigidità di pensiero tipiche (qualità) della parte maschile.

Forse qualcuno sta tentando di clonare al femminile la parte peggiore degli esponenti politici di genere maschile; una sorta di trans gender politico genetico. Non diamogli una mano.

Renato Gentile

Autismo in blu: che spettacolo

2 Aprile: giornata della consapevolezza sull’autismo.

Il rispetto per il dolore e la sofferenza di chi vive o sta a contatto con la malattia è immenso; soprattutto quando si tratta di bambini. Per me è così e non potrebbe essere che così. Da sempre. Sento comunque il dovere, oltre che il bisogno, di “indignarmi”, quando si fa leva sul dolore per ammaestrare genitori a premere sulle istituzioni e avanzare richieste che consentano, a chi di (in) competenza, di far cassa.

Una ennesima manifestazione, strategicamente dipinta di blu, in cui si denuncia la disattenzione (o latitanza) delle istituzioni a non voler investire soldi (pubblici) per pagare gli “stregoni” di turno e le loro miracolose idee.

Stregoni e maghe non chiedono soldi, neanche li toccano: li fanno chiedere ad altri che poi glieli donano. Li rigirano. Istituzioni cieche e sorde alla richiesta di guarire bambini; istituzioni che da sole non ce la fanno. Istituzioni incompetenti? No, questo mai. Cane non morde cane. Le istituzioni sono per definizioni competenti e si aiutano l’un l’altra.

Come è noto, il terreno “autismo” è ricchissimo ma non è certo un territorio vergine. E’ stato ben sfruttato, prosciugato, inaridito e dimenticato. Periodicamente, dopo il maggese, qualcosa si sveglia e puntuale arriva qualcuno che dice di aver trovato la soluzione. Inizia la nuova colonizzazione: un nuovo esperto (con collaboratori ad hoc) prospetta cosa vuol fare e come farlo. Il miracolo è annunciato e sottoscritto (dai genitori); basta dare acqua ed il terreno si risveglia. Adesso serve più acqua e un po’ di concime, quello giusto e vedrai che vegetazione. Chi può negare l’acqua?

I nuovi colonizzatori hanno talento, si vede. Si fanno strada, hanno proseliti che organizzano a proprie spese conferenze, tavole rotonde, giornate e interviste. Parlano, mostrano e “dimostrano”. Non chiedono: hanno la soluzione in tasca. Pronta. Benvenuti.

Investire parole vaghe, vuote, per guadagnare una visibilità da spendere per la carriera economica (il prossimo passo sarà la TV e poi “via alle prenotazioni” in privato) sulla sofferenza è quanto mai indegno. Gli esempi sono tanti; uno, per esempio, il caso Stamina, è in corso nei tribunali in questi giorni. La musica non cambia. Da decenni.

La musica non può cambiare perchè non c’è storia scritta, raccontata. Non si è mai costruito un riferimento, un punto fermo. Non c’è testimonianza, non si è voluto creare memoria di testimonianze: tutto deve rimane impunito. Sempre pulito. Chi ruba scappa, sparisce e dopo aver sapientemente pulito il cattivo ricordo si lascia lo spazio libero per la prossima truffa. Quante ne ha viste di queste sceneggiate l’autismo? Tante.

Una sindrome le cui cure (terapie e trattamenti) proposte occuperebbero l’intero Festival di Sanremo per la varietà delle composizioni miracolose.

Dopo più di venti anni la musica sull’affare autismo è la medesima ma avverto che è ancora più scadente: composta in proprio (con poche apparecchiature) e suonata anche male. Solo effetti “speciali”: suoni falsi e irreali. Rumori da composizioni House. Rumore di fondo da social network.

Tutto questo è possibile perché manca in chi se ne vuole interessare, magari solo per sana curiosità o perché affascinato dal “mistero”, la conoscenza della storia di questa malattia, soprattutto di quella sperimentale. Della ricerca. Pur esistendo una vastissima, ampia e variegata letteratura, governa ancora – in chi si vuole interessare di questa malattia – una grande ignoranza. Le conoscenze risultano pertanto frammentarie, incomplete, ridotte, isolate, qualitativamente scadenti e ricondotte – al massimo – ad uno slogan ad effetto. Una frase a caso sul mistero autismo. Eppure questa sindrome ha dato vita alle migliori “invenzioni perverse” della mente umana (sana?) che l’ha “interpretata” (studiata) e piegata al proprio interesse. Una letteratura affascinante. Ogni proposta “suona” diversa ma è sempre la medesima nenia. Truffa.

Del resto anche all’interno delle stesse Associazioni c’è guerra. Ho sentito i rappresentanti della Puglia (già colonizzata) dire a quelli della Sicilia (in lista d’attesa dopo oggi): “qui siete ancora all’età della pietra”. Non era certo un’offesa, ma solo un’amara constatazione… per giunta errata. Mi avvedo che qui, in loco, sono ancora più indietro, vagano nella savana; semibipedi. Mi spiace ma è così.

Ho visto ed ascoltato i nuovi colonizzatori; non posso smentire la mia indole. Giovani, decisi e preparati. Del Nord, non importa quale nord (ovest o est) purché geograficamente siano più a nord della terra da conquistare: è tradizione. Ostentano, appena, il vernacolo di provenienza per distinguersi dai residenti. Cervelli dell’eccellenza che non fuggono all’estero ma migrano al Sud. Attrezzati, ben messi cioè muniti di titolo accademico/professionale, licenza necessaria per vendere la verità, distribuire cioè il “modello” miracoloso – l’unico che veramente funziona – a coloro che trovano (perché disperati) i fondi per pagarli. Gli altri sono inutili. Niente fondi niente modello.

Il fumo delle speranze viene sapientemente sparso durante la giornata spettacolo come quello dell’incenso e molta gente, una volta aperto il cuore per sostenere la sofferenza, si allea. Riconosce la battaglia giusta e si arruola. La consapevolezza (di chi?) ha funzionato. Quanta gente.

Le Istituzioni si accorderanno con le Istituzioni. Il gioco è fatto. Fatto.

Ma la cosa peggiore cui ho assistito è stata la bugia vestita di verità: bambini spacciati per autistici (di certo non lo erano) che sono “guariti” grazie al lavoro impagabile delle terapiste (alle quali andrebbe assegnato, con pieno diritto, il Nobel) che rimangono nell’ombra come gli angeli dei miracoli. Solo applausi. Un esercito di fedelissime devote (alcune si esaltano) e naturalmente accecate; votate alle loro esclusive ed uniche capacità (laddove ogni espressione delicata di interazione funziona). Una gioia spirituale lenisce le loro frustrazioni e le fa andare avanti anche gratis o con una paga modesta. I plausi mantengono viva la loro ignoranza professionale. La quota di popolarità è stata soddisfatta.

Per concludere si propone il pezzo forte; l’atto che simboleggia la speranza e contrabbanda i risultati inesistenti di un ipotetico lavoro svolto. L’esibizione scadentissima, patetica, al pianoforte, di un ragazzo (normodotato) etichettato (spero solo per l’occasione) come “affetto da autismo ad alto funzionamento”. Lacrime strappate ad ogni cuore di genitore. Non ci sarebbe cascata neanche mia zia che piangeva per ogni film di Amedeo Nazzari. Vecchi espedienti ormai consumati.

Il Re è nudo, signori. No? Sono io che ..?

Se c’è una cosa che non può essere, non deve essere, considerata nella scienza è la pietà. Tutto viene distorto e rende la gente manipolabile al 200%. Bisognerebbe festeggiare la “Giornata di ignoranza sull’autismo”, sarebbe più serio. La verità farebbe soffrire di meno.

Mi permetto di ostentare la frase del giorno tanto vicina, casualmente, al pezzo: “Where enough money calls the tune, the general public will not be heard.”

Renato Gentile

Lei: finalmente

sold outIl dubbio è svanito, l’attesa è terminata. Wow, stava diventando un’angoscia. Finalmente è uscito nelle nostre sale cinematografiche il film “Her” (Lei) di Spike Jozen presentato al festival del Cinema di Roma lo scorso Novembre 2013. Finalmente è uscito dalla mia testa. Get out!

In tanti abbiamo avuto il “sospetto” che il tema del film assomigliasse al soggetto del mio primo libro. Veramente tanti.

In effetti la materia trattata è quella (e non è certo la prima volta che viene considerata) e visto che molti amici americani avevano avuto la copia beh allora: la cosa poteva suonare “sospetta”. But. Sono sicuro che loro questo non lo fanno. Davvero. Ne combinano ma non queste.

Bene, sono andato a vedere il film e, a parte qualche punto di forte contatto, non c’è nulla che possa “ricalcare” il contenuto (completo) del mio libro. Direi che potrebbe, al massimo, essere stato una fonte di “ispirazione”, sostanziale, di alcuni aspetti, scene o concetti ma niente di più. Forse un liberamente tratto ma neanche. Naturalmente ho preso appunti, ho registrato nella mente ogni passaggio del film. A voler essere molto cattivi potrebbe essere una semplicistica (e banale) riduzione, niente altro. La “piega” finale va in altra direzione. No niente di più. Nothing more.

Il libro è molto, ma molto, di più.

Lo so non spetta a me dirlo ma… l’ho scritto e ci vedo quello che c’è dentro. Chiaro. Unico. Il contenuto di 459 pagine lo sostiene, soprattutto nella versione “light”; la seconda.

Comunque il tema della complessità dell’innamoramento, la “scenata di gelosia” della moglie nei riguardi della macchina, i tre accenni alla funzione della musica, alcuni elementi scientifici sul funzionamento della macchina, il tema psicologico dell’abbandono e della solitudine, la capacità empatia di Lei di percepire l’umore di lui, la figura del drago (?) ed una (ma forse sono due) scena in cui Theodore viene chiamato Tesoro, sembrano proprio fortemente ispirati. Ma non sono, a mio parere, sufficienti. Not enough.

Allora, e concludo, congratulazioni al regista, per il soggetto, e a tutto lo staff che ha partecipato e contribuito alla realizzazione. E grazie a quanti – dotati di sentimenti umani, con occhi ed orecchie attente – hanno alzato la mano e detto la loro spezzando una lancia (o una arancia?) a mio favore. Per me è sufficiente.

Non posso ringraziare i “critici” (perbacco quanti sono!) nè gli editori ma non mi sento, comunque, di biasimarli. Non spetta a me. E’ poi è un dato di fatto: in Italia si legge poco. Certo, i lettori appassionati leggono molto e sono tanti mentre quelli che dovrebbero leggere per professione non lo fanno proprio. Clicca mi piace. Please.

Con affetto,

Renato Gentile

 

PS rispondo pubblicamente a quanti mi hanno chiesto un parere: preferisco la voce originale della macchina. Quella è veramente da Oscar.